giovedì 22 febbraio 2018

[FICTION] Rai, Sky, Mediaset e Netflix: lo stato della serialità italiana


Lo stato di salute dalla fiction italiana, sia lunga o corta serialità, è sotto i nostri occhi di telespettatori.
Non serve che accendere il televisore -o anche il pc-, fare zapping, e constatare di persona come stanno le cose.
Due blocchi: le tv generaliste e classiche, Rai e Mediaset; i canali e dispositivi pay-per-wiev di Sky e Netflix.
E, in mezzo a questo dualismo, tantissime serie televisive.
Si tende sempre a pensare -a torto- che la Rai sia ancora legata a un geriatrico concetto di televisione vintage. Il che, in alcuni casi, può essere vero. La Rai resta vecchio stile, con i suoi programmi-evento e i suoi volti rassicuranti.
Ma è innegabile che, se si deve parlare di una certa rincorsa a gusti e stili moderni, come quelli dettati da Sky e Netflix, sia proprio la tv di Stato a vincere il duello contro Mediaset, ormai ferma in una palude da cui prova goffamente ad uscire, peraltro a fatica.


Se in Rai persistono opere come Don Matteo, Che Dio ci aiuti e simili, tra le bonarie avventure di famiglie allargate (Un Medico in Famiglia) e indagini dall'happy end scontato (Un passo dal cielo), è anche vero che sugli stessi canali si sperimenta molto molto di più rispetto alle tre reti del Biscione, un tempo innovative nelle loro proposte, ma che da ormai diverso tempo non riescono a intercettare più un pubblico nuovo.
Esatto, sembra che tutto si sia ribaltato: agli albori del 2000, quando la Rai indugiava con storie patinate, scontate, nazional-popolari (che tenevano lontani i giovani, che tenevano stretti i nonni) era la Mediaset a proporre nuovi linguaggi televisivi. Formule di qualità, format poi copiati un po' ovunque (si pensi all'allora innovativa struttura di Distretto di Polizia). Fiction interessanti, che sapevano parlare a varie fasce del tessuto sociale. C'era la storia d'azione dai dialoghi moderni, c'era la commedia brillante, c'era il melò.
Oggi ci sono esattamente le stesse cose, che arrancano stancamente.

Perché la televisione è andata avanti: quando Sky scese in campo, soprattutto con il suo Romanzo Criminale - La serie, ha aperto le porte a un nuovo modo di intendere la fiction. Un percorso che era l'evoluzione della qualità proposta da Mediaset, ma qui libera dagli obblighi di una prima serata su spazi generalisti.
E la Rai, che aveva già tentato qualcosa di particolare -salvo poi dover forzatamente tornare in una dimensione più sicura, vedi l'involuzione de La Nuova Squadra/Spaccanapoli- non è stata certo al palo.
Iniziò timidamente con L'Ispettore Coliandro, qualche tempo prima: una serie rimasta nel cassetto, poi proposta e quindi esplosa. Qualcosa di particolare che continua con successo anche oggi.
Poi proponendo family e comedy alternativi, o maggiormente brillanti: vedi Tutti pazzi per amore, mentre Mediaset ancora si ostinava a regalare I Cesaroni, dopo un po' ombra sia di Un Medico in Famiglia che di se stesso.


E la lezione di Gomorra, targato Sky, fa drizzare le orecchie a Netflix, che pesca nel sicuro mare del genere e tira fuori dal cilindro Suburra: sulla carta (il romanzo, s'intende) sequel di Romanzo Criminale, in fiction una cosa a sé. Ma che cerca di funzionare, sullo stesso modello crime di questi altri due titoli (prima al cinema e poi, con una serie tratta da, in tv).
Mediaset attualmente ha provato a svecchiare il poliziesco, e la struttura è tornata valida. Ha chiuso le sue serie più longeve, che accusavano segni di stanchezza, e ne ha fatto degli spin-off.
La freschezza in qualche caso paga, ma c'è davvero poca attenzione alla scrittura, al dettaglio. Si veda Rosy Abate, che presenta più d'una illogicità e più di una incongruenza, specie rispetto al narrato precedente. Una nota positiva è Solo: ma anche questa serie è, nel linguaggio, la fotocopia di quanto visto da Ultimo in poi.


La Rai invece infila uno dopo l'altro successi di critica, prima che di pubblico.
Rocco Schiavone, opera firmata da Michele Soavi, è un nuovo poliziesco. Così lontano da Montalbano eppure gravita nel medesimo pianeta televisivo; Sky produce 1992 e 1993, la Rai risponde con la poco fortunata Non uccidere ma anche con La Linea Verticale, La mafia uccide solo d'estate, Romanzo Famigliare (sempre d'autore, firmato Francesca Archibugi) e È arrivata la felicità, altra commedia brillante con ottimo cast e storie dal piglio moderno.


Insomma, dove siamo diretti con la serialità televisiva italiana?
Esploreremo sempre più altri tipi di linguaggi, per inseguire modelli più attuali?
Non dovremmo nemmeno cercare lontano, perché anche in passato abbiamo realizzato opere all'avanguardia. Voci Notturne dovrebbe dirci qualcosa.
Staremo a vedere.




articolo a cura di MikiMoz

4 commenti:

  1. Io credo che attualmente la fiction Rai sia quella qualitativamente più alta, io come sai sono un divoratore di serie europee specialmente inglesi e francesi, ove per l'appunto le tv di stato sono baluardo della qualità seriale (BBC One ed ITV, France 2/3 e la SVT svedese) ovviamente la qualità è data dal fatto che conta poco l'ascolto al tempo di oggi che per motivi fisiologici non può per forza di cose essere performante come un tempo come la sopracitata Distretto di Polizia, che nei due ultimi episodi ha collezionato la bellezza di rispettivamente "nel primo episodio da 10.027.000 telespettatori, share 33.50% e nel secondo da 10.081.000 telespettatori, share del 38.11%" stando alla fonte Mediaset, numeri che solo il solido ed immarcescibile Montalbano (che adoro sia serialmente che letterariamente) sa eguagliare. La Rai ha saputo prendersi dei rischi, anche se spesso la politica ci si mise di mezzo (vedesi Coliandro) e hanno capito che facevano una grande stronzata. Il pubblico è affamato di cose nuove e diverse, guarda Schiavone, La Porta Rossa... serie così mi riportano a nulla se non ad un vecchio esperimento con Elio Germano diretto da Dario Argento con il nome di "Ti piace Hitchcock?" la Rai è un esempio serio e forte, che se ci si mette in testa di pensare al prestigio e non ai freddi numeri la gente apprezza. Sono serie che hanno ascolti contenuti ma alti per la rete (2/3 milioni) ma sono comprate da un centinaio di paesi europei.
    Mediaset si è incagliato nel nazionalpopolare, nello scadente dopo ottimi spunti, e paga le conseguenze del non voler sperimentare.
    [Il Russo]

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    1. Sì, sono d'accordissimo.
      Quel che era la Rai, un nazionalpopolare spesso fastidioso, oggi è rappresentato da Mediaset.
      Opere, pur belle e interessanti (nonché importanti) come Liberi Sognatori sono così classiche da rasentare la Rai vetusta.
      Sono classiche, magari un giorno tornerà di moda. Ma non è questo il momento. Oggi c'è bisogno di altro e la Rai ce lo fornisce, gratis.
      Peccato per la Mediaset, che però paga lo scotto di programmazioni sbagliate: Canale5 tr un Segreto e una Maria De Filippi si è trasformata nella Rete4 di oltre venti anni fa. È chiaro che se proponi qualcosa di diverso, non fa presa su quel pubblico che hanno plasmato...

      Moz-

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  2. ps. perdona il refuso europei e non ahahhahaha, Netflix e Sky non ho bisogno di commentarle, la loro qualità è talmente evidente che c'è davvero poco da dire.

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